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DIARI
2 dicembre 2007
Il chierichetto last minute
Non ho mai dormito molto in vita mia, nemmeno da piccolo. Alle elementari mi svegliavo sempre prima dei miei e li tiravo giù dal letto per farmi preparare la colazione. Tutti i giorni, tranne la domenica.

La domenica fingevo spudoratamente di avere sonno. In realtà mi svegliavo alle sette in punto come al solito, ma tenevo gli occhi chiusi senza dormire. Ogni tanto controllavo la sveglia sul comodino senza muovere un muscolo. Una specie di gara di resistenza. Dovevo far arrivare le nove e un quarto. Dopo quell’ora, lavarsi, vestirsi, fare colazione e raggiungere la chiesa per la santa messa diventava matematicamente impossibile. Era il mio obiettivo di pargolo: saltare la messa. Non mi riusciva spesso e la colpa era quasi sempre di mia madre, ma quando capitava ero un bimbo felice.

La verità è che avevo una paura folle di fare il chierichetto. È difficile da credere ma, nella mia parrocchia, poteva capitare che, a cinque minuti dall’inizio della funzione, la metà dei posti di chierichetto fosse ancora vacante. Io entravo sempre da una delle navate laterali, consapevole che un buon posto a sedere valeva oro. La prima regola, infatti, era confondersi nella folla. Un bambino isolato, seduto in una panca vuota ad esempio, era un bersaglio facile. Mescolarsi nel gruppo, invece, poteva salvarti. Il guaio era arrivare troppo in anticipo, quando i banchi delle elementari erano deserti. Siccome mia mamma era una donna puntuale, avevo ideato una tattica da utilizzare come diversivo: mi allacciavo e slacciavo in continuazione le scarpe. Sinist-dest. Sinist-dest. Sinist-dest. La speranza era che, chinato in avanti, il prete non mi vedesse.

Lui, il prete. Ad un certo punto spuntava dalla sacrestia. Prima il suo occhio destro, poi il dito indice. L’occhio non era nulla di definitivo, ma il dito era una condanna: una volta che te lo puntava contro, eri il prescelto. Inutile opporre resistenza. Non ero nella posizione per prendere iniziative. E poi la cosa sarebbe arrivata subito alla famiglia. Un vero disastro. Così, avvistato il dito, mi allacciavo la scarpa (stavolta sul serio), e mi avviavo a passo d’oca verso la sacrestia. Poi, nei centottanta secondi che mancavano all’inizio della funzione, mi veniva assegnata una divisa, rigorosamente della taglia sbagliata, che io provvedevo ad infilarmi al contrario, mentre un chierichetto anziano, con i gradi per impartire ordini e prendere tutte le decisioni, mi assegnava alla campanella.

Tra le mansioni del chierichetto, quella dell’addetto alla campanella era la peggiore di tutte. In alcuni precisi passaggi della funzione, tipo alla consacrazione dell’ostia o giù di lì, bisognava impugnare una campanella e, nel silenzio glaciale dell’uditorio, dare un paio di vigorose scampanellate. Il primo problema, il maggiore, era proprio il “giù di lì”: in tanti anni di onorato servizio, non ho mai imparato con precisione quand’era il momento di scampanellare. “Se ti dimentichi, basta che guardi il parroco e ti fa segno lui”, mi diceva il chierichetto con i gradi di maggiore. Facile, se non sei tu quello in trincea!

La peggiore, comunque, era la scampanellata precoce. Il tipico errore da principianti. Siccome sei inesperto e hai paura, allora ti butti. E io mi buttavo a ridosso della seconda lettura o delle preghiere dei fedeli. Troppo precoce, insomma. Le prime volte, al termine della funzione, per l’imbarazzo volevo nascondere tutta la testa nell’acquasantiera.

Poi, col tempo, guadagnai in sangue freddo. Meglio un attimo dopo che troppo prima, pensavo. E così mi addestrai ad aspettare il famoso cenno del parroco. “Guarda che te lo fa capire lui quando”, mi ripeteva il chierichetto in capo, come se mi stesse insegnando la cosa più elementare del mondo. Facile, se non sei tu quello che deve scampanellare a comando!

Il cenno, in effetti, arrivava e presto imparai a riconoscerlo. Ma, a quel punto, avevo risolto solo la metà del mio problema: stabilito con certezza il “quando”, restava pur sempre il “come”. Perché c’è modo e modo di scampanellare! Ciascuno ha il suo. E non c’è scampanellata al mondo che suoni identica ad una di quelle che l’hanno preceduta. (È una delle dimostrazioni che Dio esiste, direbbe Benigni). Io ero sempre o troppo timido, o troppo irruente. O troppo ovattato, o troppo squillante. Per colpa mia, la metà del gregge non riusciva più a seguire la funzione: passava tutto il tempo a regolare l’amplifon.

Ben presto capii che non ero nato per scampanellare a comando. Un giorno, al cenno del parroco, per la foga urtai un addobbo floreale e una grossa calla rotolò già dagli scalini dell’altare fino ad arrivare al primo banco dei fedeli, ai piedi di una catechista minorenne. Così decisi di smettere. Fu una decisione mia, credo. O forse ricordo male ed avevano semplicemente venduto la mia divisa.

Resta il fatto che non dimenticherò mai quelle fantastiche domeniche. Quando mia mamma si addormentava, intendo, e io me ne potevo stare sotto le coperte fino alle nove e sedici minuti. Servire in chiesa non faceva per me. Non l’avrei augurato al mio peggior nemico. Ma ero arrivato per ultimo, e non avevo diritto di lamentarmi. Ero un chierichetto last minute, la feccia dell’universo.

(Tanto per tranquillizzarvi… Ora la domenica mattina mi sveglio presto e, di solito, mi guardo la puntata di “Decameron” che ho registrato il sabato notte. Daniele Luttazzi è un genio. Il monologo di ieri è cibo per le sinapsi, e anche per gli ormoni. Raccomandato ai tanti che scambiano per "satira" la distanza che separa il tasto shift dal loro ombelico).

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